Sarkozy sfrutta la ritrovata popolarità per rilancio e rimpasto
Nicolas Sarkozy ha parlato tre quarti d’ora ieri davanti al Parlamento riunito in Congresso nella reggia di Versailles, rilanciando così il secondo atto del suo mandato (e magari proprio un secondo mandato), preparando il rimpasto di governo previsto per domani e con l’occhio già proiettato alla prima scadenza elettorale: le regionali del marzo del prossimo anno.
6 AGO 20

Ha parlato di crisi – che “non è affatto finita” – dicendo che non alzerà le imposte e che non si atterrà a una politica del rigore, “che è sempre fallita”, perché bisogna saper distinguere tra “buon deficit e cattivo deficit”, in momenti di emergenza – e con 26 miliardi di euro stanziati per la ripresa – a maggior ragione. Gli ammortizzatori sociali e le politiche per i disoccupati faranno il resto. Sarkozy ha poi parlato di laicità, “che non è il rifiuto di tutte le religioni, né il rigetto del sentimento religioso, ma un principio di neutralità e rispetto per tutte le opinioni e le fedi”, ha detto il presidente citando Jules Ferry. “La separazione tra stato e chiese è avvenuta nel dolore: noi però oggi non siamo minacciati dal clericalismo, ma da una forma di intolleranza che stigmatizza l’appartenenza religiosa”. Attenzione però a non sbagliare bersaglio, ha detto a proposito del burqa: “Non è un segno religioso, ma di asservimento. Non è benvenuto in Francia”. Rilanciando le riforme – che si faranno, compresa quella delle pensioni, prevista per la metà del 2010 – e ribadendo il fatto che pure l’Europa deve evolvere per funzionare come dovrebbe, Sarkozy ha concluso: “Quello che vi propongo è il cambiamento. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare”.
Nelle ultime settimane il presidente francese ha ritrovato la quadra della sua politica, sia interna sia estera. Le parole dure e decise nei confronti del regime iraniano sono risuonate con grande eco nel silenzio americano sulle proteste a Teheran. Sarkozy è l’unico, nell’Unione europea, ad avere una strategia chiara nei confronti dell’Iran e negli ultimi mesi il suo attivismo nella regione mediorientale – con l’apertura della base francese ad Abu Dhabi – ha reso chiaro il progetto dell’Eliseo: ricavarsi un posto in collaborazione (e pure in concorrenza se è il caso) con gli Stati Uniti nella definizione della strategia in medio oriente.
Sul fronte interno, Sarkozy gode ora di un’approvazione schizzata quasi al 50 per cento, con dieci punti guadagnati nelle ultime settimane. Complice la sconfitta elettorale dei socialisti alle europee (scesi al 16 per cento), il presidente ha consolidato una delle strategie più di successo della sua presidenza: l’“ouverture”. Dopo aver sottratto agli avversari i cavalli migliori, ora Sarkozy s’appresta a governare l’outsider del momento, quel Daniel Cohn-Bendit che alle europee ha quasi agganciato i socialisti con la sua “Europe Ecologie”. A Bruxelles l’alleanza (strana, i due si amano e si odiano come nella migliore tradizione della politica francese) ha già sortito l’effetto di ritardare la nomina ufficiale del presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. A Parigi gli equilibri sono più delicati, e mentre transitano dall’Eliseo “gauchisti” doc come Alain Minc, Nicola Bazire ed Edouard Balladur, gli occhi degli esperti sono tutti su Claude Allègre. Doveva essere lui l’ennesimo socialista cooptato dall’apertura nel rimpasto di domani. Ma l’ex ministro di Lionel Jospin ha un problema: nega il cambiamento climatico. E nel momento in cui bisogna corteggiare il verde Cohn-Bendit, la cosa appare un pochino scomoda.